Sono diversi gli scrittori che nel corso degli anni si sono interessati a Crespina e alla Fiera delle Civette: citiamo tra gli altri il Mariti, il Pascoli, Bino Samminiatelli. Qui ci piace riprodurre questo scritto di Giuseppe Gioli ripreso in una antologia anche dal Pascoli.
La strada che ci conduce a facilissima; si scende alla stazione di Fauglia e saliti in paese si prende l’unica strada che volta a destra e dopo un miglio e mezzo o due al massimo siamo al primo gruppo di case di Crespina, che non è un paese tutto riunito. Vecchie piante di olivo ne nascondono tra il loro grigio fogliame le case, sicché andandovi mal ti accorgeresti di esserci vicino se non te ne facesse avvisato un certo frastuono insolito ed un via vai di gente, barrocci e barroccini, tentennio di sonagli e di campanelli di terra cotta, che i ragazzi, i certi dati giorni del calendario destinati alle fiere, si credono in dovere di agitare disperatamente per rompere i timpani al prossimo. Oltrepassato il primo gruppo di case si giunge alla Chiesa e poi oltre, procedendo per la via che le discende lungo il fianco sinistro, arriviamo al vero centro del paese dove la fiera è più animata.
Una grande quantità di gente di tutte le classi, sempre però campagnuoli specialmente nelle ore della mattina, si accalca intorno ad un gran numero di civette che svolazzano a ritornello sulle loro crucce agitate dagli allevatori, che quasi sempre sono ragazzi di contadini, i quali coi denari che ritireranno dalla vendita della civetta hanno già fatto il calcolo di comprarsi la berretta per l’inverno. E qui lodi sperticate per la propria merce, espressione ed esclamazioni le più curiose, epiteti i più buffi, moccoli e risate sonore da fare un baccano indiavolato.
Più oltre vi è il reparto degli uccelli in gabbia e lì è un vero piacere assistere ai canti melodiosi che sciolgono quei piccoli artisti privi del maggior dono che la natura ci abbia concesso, la vista. Molte gabbie sono per terra coperte con cencio incerate affinché i piccoli prigionieri non ciechi non si strapazzino troppo alla vista di tanta gente, altre sono attaccate ai muri ove puoi osservare accanto ad un bel calenzolo verde un variopinto cardellino che se canta indifferente la sua canzone. Appresso una bonicola, dai terrei colori batte furiosamente la testa contro gli stecchi della gabbia perché catturata da poco, là più oltre un merlo delle piume corvine e becco giallo schiamazza, o saltella fischiando l’Inno di Garibaldi. Ma il primo posto tocca ai filunguelli che col loro canto sonoro fanno echeggiare la ombrosa valle vicina. Venditori di gabbie, di pania, di fischi, fanno a gara ad aumentare il fracasso.
Giuseppe Gioli
Tratto dall’antologia di Giovanni Pascoli “Fior da Fiore”

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